Mi sono approcciato ad Horizon Zero Down quasi per caso, pieno di perplessità e dubbi verso un gioco che, a prima vista, pareva banalmente propormi una semplice ragazzina con l’arco che si divertiva a far fuori le classiche macchine ribelli. Era una domenica pomeriggio quando, dopo pranzo, decisi di provarlo, dato che mio fratello lo aveva acquistato senza nemmeno consultarmi. Mi son detto: “Ok, le premesse non mi entusiasmano, ma proviamolo”. Ebbene, quelle mie sensazioni, che fortunatamente riuscii ad ignorare e mettere da parte, rappresentarono uno dei più grossolani errori di valutazione che io abbia mai commesso per quel che concerne un videogioco. Ci misi appena qualche secondo a ricredermi, non appena apprezzai in prima persona quella grafica trascinante ed entusiasmante che, ad onor del vero, avevo già sentito decantare da più parti. Impiegai ancora qualche minuto per rendermi conto che Horizon, ben lungi dal limitarsi ad una sterile trama che indaga i rapporti uomo-macchina, proponeva molto di più: assicurava, per meno di cento euro, un esperienza in grado di teletrasportare il player in un contesto primitivo, capace di rivelare gli istinti ed i difetti più nascosti del genere umano. Un attento giocatore impiega davvero poco tempo per comprendere che questo gioco non tratta di robot, o meglio, non è quello il suo scopo principale: questo piccolo grande capolavoro dei Guerrilla Games è, infatti, in grado di rivelarci quanto fittizio possa esser lo sviluppo tecnologico, se ad esso non riusciamo ad accompagnare un’effettiva crescita culturale; quanto talmente poco basti per regredire nuovamente, tornando inesorabilmente a ritrovarci, ancora una volta, accampati al freddo, sotterrati dalle superstizioni e divisi, come millenni prima, in tribù primitive.

In questo contesto inizierà la vostra esperienza di gioco: una ragazzina di nome Aloy è la protagonista di questa storia, caratterizzata dall’ulteriore privilegio di partire dalle origini, senza tralasciare nulla. Scoprirete che Aloi altro non è che un’orfana, accudita da un barbaro di nome Rost escluso, per motivi che non starò quei a svelarvi, dalla vita sociale della sua vecchia tribù – i Nora – e per questo discriminato fino all’inverosimile. Vi troverete d’innanzi ad uno stupendo scenario open world, in grado di proporvi paesaggi mozzafiato e grandi possibilità di interagire con le credenze e le superstizioni popolari, riuscendo a cogliere quanto di mistico ci possa essere in uno mondo che, in fin dei conti, scoprirete in realtà essere uno scenario futuristico. All’inizio del gioco sarete voi stessi a vivere le prime esperienze di Aloi a tu per tu con queste macchine dalla dubbia provenienza, imparando ad individuarne i punti deboli ed a cacciarle, procurandovi i loro resti che risulteranno di volta in volta fondamentali per potenziare le vostre armi, contrattare con i mercanti e, più in generale, sopravvivere all’interno del gioco.

Il momento che, personalmente, ho trovato più interessante è legato alla volontà di Aloy di superare la propria condizione di emarginata, riuscendo a svelare il mistero legato alle sue origini ed all’identità della propria madre e come tutto ciò riesca magnificamente a legarsi con quel che accadde milioni di anni prima, nel nostro periodo storico, dove il mondo subì un qualcosa che portò la nostra civiltà a regredire fino all’età barbarica e, allo stesso tempo, a dover convivere con quanto di più spaventoso il progresso possa patologicamente produrre: dei robot impazziti ed incontrollabili.

Questo filone che riguarda la trama principale, tuttavia, è risultato perfettamente in grado di mescolarsi con quelle che sono le usanze primitive dei Nora e di tutte le altre tribù che pian piano incontrerete, le quali noterete non far altro che vivere ad occhi chiusi, privi della volontà di conoscere ed indagare riguardo l’origine di quelle macchine, sazi semplicemente di sopravvivere ad esse, pregando divinità inventate o, addirittura, identificate nelle stesse apparecchiature tecnologiche lasciate più o meno intatte dai predecessori. Aloy, pian piano, riuscirà (grazie anche al suo Focus che le garantirà di decifrare i codici dei predecessori ed addirittura di controllare alcune macchine) a capire che il mondo che lei ha sempre conosciuto è tutto una grande menzogna e a rendersi conto che dietro i mille rituali e le molteplici credenze delle varie tribù si nasconde il fallimento della nostra civiltà, il fallimento del progresso e del capitalismo come oggi lo intendiamo.

Un altro aspetto da sottolineare è rappresentato dallo stile di gioco e di combattimento che, a mio parere, risulta abbastanza elaborato e personalizzabile, tenendo conto delle tante armi a disposizione e delle diverse possibilità che il gioco ci offre di modificarle, insieme agli abiti, in relazione alle specifiche situazioni ed alle creature che vi troverete a fronteggiare. L’unico difetto che mi sento di sottolineare è quello inerente la bassa intelligenza artificiale di cui sono dotati i nemici, siano essi umani (e ne troverete a bizzeffe) o, appunto, robot. Il gioco si basa molto sulla furtività, essendo molto spesso il combattimento puro, semplice ed in vista un qualcosa di pericoloso e poco produttivo; se vogliamo, possiamo fare un parallelismo con l’idea di gioco base di Metal Gear Solid, mantenendo comunque le dovute distanze per quel che riguarda tanti altri aspetti: fischiare, passare in mezzo all’erba alta o anche solo camminare lentamente vi assicurerà di distrarre o evitare di allarmare i nemici, i quali, per l’appunto, risultano dotati davvero di una modesta capacità intellettiva e, tal volta, non si comportano proprio come una sentinella, seppur distratta, dovrebbe fare. Un ulteriore parallelismo con Metal Gear, in particolare con Snake Eater, è rinvenibile nella caccia, la quale risulta, come detto, essere un’attività fondamentale sia per quel che riguarda la sopravvivenza sia per quel che concerne i potenziamenti e le risorse.

La caratterizzazione dei personaggi è anch’essa davvero ben fatta, essendo in grado di nascondere alla grande i molteplici complotti nascosti dietro alcune figure e di garantire un perfetto connubio tra la trama principale e le tantissime missioni secondarie, che consiglio caldamente di fare sia per poter comprendere a pieno le dinamiche ed il vissuto di quella civiltà sia per ottenere quei punti esperienza necessari al fine di progredire in maniera competitiva nel gioco. Una nota di merito, infine, va data anche al nome scelto per il villain di turno, il personaggio malvagio che contraddistingue ogni avventura di questo tipo: ebbene, senza volersi addentrare in spoiler scomodi e poco produttivi, vi basterà semplicemente sentire, ad un certo punto, pronunciare il nome di Ade per catapultarvi con la mente ad uno dei cartoni animati che ha contraddistinto l’infanzia di tutti noi; ma non fermatevi alle apparenze, perché dietro a questa figura si nasconde un qualcosa di diverso rispetto ad un semplice antagonista. Ade cela dietro di se un ponte tra gli errori del passato e l’ignoranza che essi hanno generato, nasconde complotti e dinamiche che nemmeno potrete immaginare; molto di più, insomma, che un semplice riferimento al Re degli Inferi che ci aveva, chi più chi meno, terrorizzati quando eravamo bambini.

 

Scritto da Filippo Rizzo

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