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Nuove pagine si aggiungono all’immensa Storia di League of Legends, coprendo non solo i suoi leggendari Campioni, ma anche i luoghi ed gli eventi più iconici!

Oggi, vi presentiamo La Magione Serrata, scritta da Graham Mcnell e Impulso Temerario, scritto da Michael Luo!

Sentiva il ladro avvicinarsi a ogni passo.

Era abile, glielo riconosceva, ma le sue percezioni avevano un livello inimmaginabile per i mortali. Il rumore dei passi sui tetti vicini, sebbene leggeri ed eseguiti ad arte, faceva vibrare l’aria stagnante all’interno della sua cupa residenza come la corda di un liuto pizzicata in un tempio silenzioso.

Il suo avvicinarsi l’aveva svegliata mentre sognava l’oceano e l’oscurità che sorgeva in uno tsunami che travolgeva il mondo sommergendolo per sempre sotto acque nere e mortali. Parte di lei gioiva nell’estinzione causata da quell’onda, pur sapendo di aver avuto un ruolo nel suo arrivo.

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Il sogno svanì, mentre apriva i suoi occhi composti e attivava tutti i sensi. Percezioni colorate da suoni e odori, movimenti avvertiti nei tremiti dell’aria. Ancora sfinita e logora dal suo ultimo viaggio nelle isole avvolte dalla nebbia, la sua irritazione crebbe al pensiero di dover affrontare di nuovo un intruso.

Il suo rifugio era immerso nell’ombra, ma le pesanti botti, la tappezzeria putrida e le gelide assi del pavimento le apparivano chiare come se dalle grate serrate entrasse la luce del sole.

Il suono delicato di zampette frenetiche riecheggiò per la residenza, il fruscio di centinaia di corpi lucenti che sbucavano dalle loro tane per prepararsi a eseguire i suoi desideri. I muri gocciolanti e il soffitto cadente si animarono di un movimento ondulatorio e del bagliore di migliaia di occhi immobili.

“Presto, piccolini,” disse, con voce vellutata e aristocratica. “Fatemici giocare un po’.”

Avvertiva la loro famelica brama di carne umana.

Per lei era lo stesso.

Uscì dal luogo in cui stava riposando, con la sua forma mutevole tra essere umano e aracnide, allungando gli arti snelli e accogliendo dentro di sé la miriade di odori dell’intruso attraverso la superficie dei suoi artigli tarsali. Si passò la lingua sui denti, sottili come aghi, scoprendo nuove informazioni su di lui a ogni respiro.

Un’anima baciata dalla sabbia: pelle di fumo, e minime tracce di antichi re nel suo sangue.

Un figlio del deserto…

Lo sentì avvicinarsi, sapendo benissimo cosa lo aveva attirato nella sua dimora serrata in questa fredda notte. E chi lo aveva mandato, probabilmente.

Come gli altri prima di lui, non avrebbe trovato che la morte.

Come gli altri, Elise lo avrebbe attirato a sé prima di divorarlo vivo.


Luna calante in un cielo nero come il carbone. Nuvole basse e vento freddo.

Una notte perfetta per un’impresa del genere.

Una campana rintoccò sul porto della capitale, mentre venti gelidi trasportavano i rumori dei turbolenti soldati noxiani accampati in lontananza, oltre la porta della Guardia.

Nyam si muoveva tra i tetti con passo sicuro e silenzioso, e la sua tunica ampia e il mantello di lana grigia lo rendevano praticamente invisibile. Si teneva basso, subito al di sotto della linea delle tegole degli edifici, valutando con attenzione ogni passo sul sottile strato di neve.

Una tegola smossa, un pezzo di ghiaccio: tanto sarebbe bastato per farlo morire quella notte, il corpo sfracellato sui ciottoli della strada sottostante.

Ma Nyam aveva razziato tombe sepolte nelle profondità della sabbia della sua terra natia, e scalato la cima dei templi lungo la strada per Marrowmark in cerca di tesori. Aveva evitato le trappole piazzate nelle rovine di re e dei, quindi gli insellati tetti di Noxus, così irregolari, alti e pieni di appigli, non erano una grande sfida per un ladro abile come lui.

Aveva imparato da piccolo, serpeggiando tra gli alti tetti di Bel’zhun per evitare le bande di bambini che lo picchiavano a causa della fenditura che gli apriva le gengive e il labbro superiore fino al naso. “Nyam senza faccia,” lo chiamavano, e il suo difetto di nascita offriva sia ai nativi di Shurima che ai pallidi giovani noxiani un bersaglio comune per sfogare le loro frustrazioni.

Continuarono a tormentarlo anche dopo aver rubato abbastanza da potersi permettere di pagare un imbalsamatore affinché gli chiudesse il labbro cucendolo, nella sua decima estate, ma quegli anni difficili e brutali gli erano serviti. Aveva imparato ad accogliere la solitudine, ad amare le altezze vertiginose e a fondersi con le ombre in una terra che non conosceva altro che la luce splendente del suo antico sole.

Ma più di tutto aveva imparato a combattere: prima con i pugni, e poi con la lama di ossidiana che aveva sottratto dal sarcofago di un corpo così enorme che doveva senz’altro appartenere a uno dei leggendari Ascesi. Portata su un fodero sulla schiena, era stato un pugnale per il dio defunto, ma per Nyam era una spada.

Il luogo di cui gli aveva parlato il suo committente era poco più avanti, un’ombra grandiosa della sua antica gloria, le finestre sbarrate e il malmesso tetto a mansarda, con alcune tegole che si erano staccate finendo sulla strada.

Ecco l’entrata.

Nyam raggiunse il timpano alla fine di un tetto, con i ghiaccioli appesi, e si appollaiò sul bordo in perfetto equilibrio mentre srotolava una corda dalla sua cintura. Aprì i ganci di un rampino e, con la semplicità di chi ha compiuto quell’azione mille volte, lo lanciò verso un buco tra una fila di comignoli crepati. Il gancio atterrò esattamente dove aveva mirato, e lui diede uno strattone alla corda.

Assicuratosi che il rampino si fosse piantato nella pietra, si lasciò cadere dal tetto.

Il gelo della notte lo tagliò mentre fendeva l’aria e raccolse le gambe come una molla, per assorbire l’impatto. I suoi stivali erano morbidi, ma trasalì quando il rumore riecheggiò per l’edificio in rovina come un martello su un’incudine. La neve cadde dalle gronde e Nyam si prese un istante, pronto a cogliere qualche segnale che indicasse che era stato scoperto.

Niente. L’antica casa era silenziosa come una tomba.

Una mano dopo l’altra, si issò per la corda fino ad arrivare delicatamente sul tetto.

Nyam avvolse la corda e si accucciò nell’ombra dietro un comignolo. Il suo respiro diventava nebbia, e si sfilò uno spesso guanto di pelliccia di drüvask poggiando la mano sinistra nuda sulla pietra.

Da molte lune quel comignolo non conosceva il calore.

In questo quartiere solo pochissimi emettevano fumo. Altre parti della capitale invece brillavano della luce dei fuochi. Fuochi da campo, pire militari oltre le mura e bracieri nei templi dedicati al Lupo.

Ma qui no.

Questa parte della città sembrava abbandonata, e le finestre vuote delle sue strutture di pietra nera sembravano non aver mai conosciuto la luce. Tende lacere erano state congelate dal vento che soffiava canalizzato dagli stretti vicoli. Più in basso solo qualche candela brillava tremolante, e aveva visto una sola lanterna appesa alla porta di una taverna dall’aspetto miserabile.

La pallida luce della luna illuminava le strade vuote, dove la neve si posava indisturbata. Come una zona tanto deserta potesse esistere in una città in cui ogni fazzoletto di terra era prezioso rappresentava un mistero per Nyam, ma il suo committente l’aveva mandato lì.

La residenza della casata Zaavan.


Nyam si calò lentamente lungo la corda attraverso un ampio buco nel tetto.

Fiocchi di neve turbinavano intorno a lui durante la discesa, granelli di diamante alla pallida luce lunare. Si prese un momento per abituare gli occhi all’oscurità della residenza, rendendosi conto che era appeso all’interno di quella che sembrava una grande sala per i ricevimenti con un ampio camino di marmo dalle venature d’oro.

Al suo interno c’erano ramoscelli ricoperti di neve e vicino c’era un secchio di carbone congelato rovesciato a terra, come se gli abitanti della casa l’avessero fatto cadere per la fretta di andarsene e non tornare mai più.

La stanza era arredata con mobili foderati di lino: lunghi sofà, ampi divani poggiati contro i muri e sedie vuote. A giudicare dalla rigidità dei tessuti, Nyam pensò che fossero passati molti anni da quando quella stanza era stata chiusa.

Il pavimento in parquet era ricoperto di tegole e pezzi di legno del tetto, e lui poggiò con attenzione il piede fra i detriti saggiando eventuali rumori e scricchiolii. Lentamente assestò il proprio peso, e lasciò la corda.

Nyam si tirò indietro il cappuccio e si passò una mano sulla testa rasata, la pelle scura, tatuata e piena di aghi d’avorio come una corona di spine.

Si abbassò e mise la mano a terra, chiudendo gli occhi e lasciando che le ossa della dimora gli parlassero. L’antico legno gemette nel freddo come un anziano che si muove nel sonno, i muri silenziosi, il respiro pesante della casa, intrappolato come l’aria di una grotta pestilenziale in cui il malato attende di morire.

Tutto diceva a Nyam che la casa era abbandonata, un luogo maledetto bloccato nel tempo.

Eppure…

Un flebile sibilo come migliaia di voci che parlavano all’unisono, un lieve senso di movimento tutto intorno a lui. Avvertì qualcosa che gli saliva su per la schiena e trattenne un brivido, dicendosi che erano solo le fredde dita del vento del nord.

Scrutò la stanza, non fissando gli occhi su alcun punto permettendo alla sua vista periferica di cogliere ogni movimento. Non vide nulla, solo i fiocchi di neve sospesi nell’aria e il lieve sventolare delle stoffe.

Eppure continuava a sentire che lì con lui c’era qualcos’altro.

La lettera, elegantemente scritta, era stata precisa: entrare nella residenza degli Zaavan, trovare la biblioteca e rubare l’artefatto indicato. Le istruzioni descrivevano una grande biblioteca nella sala orientale della residenza, una stanza alla quale si accedeva tramite alte porte nero ebano, appena fuori il mezzanino al di sopra di un atrio ottagonale.

Nyam si alzò e andò verso i muri, dove il pavimento di legno avrebbe cigolato di meno sotto il suo peso, e procedette lungo di essi verso un’ampia porta all’estremità opposta della stanza. Era socchiusa, e vi passavano delicate raffiche di vento.

Fece scivolare la sua esile figura attraverso la porta, ritrovandosi in una lunga sala da pranzo.

Era percorsa per tutta la sua lunghezza da uno stretto tavolo, ancora apparecchiato per una cena sontuosa, con piatti di ceramica dipinta e posate d’argento lucente disposte in attesa di ospiti che non sarebbero mai arrivati.

C’erano pile di piatti e vassoi con frutta ormai ghiacciata e tagli di carne congelati. Lo stomaco di Nyam brontolò, ricordandogli che non mangiava da parecchie ore. Forse il freddo l’aveva conservata e quella carne era ancora commestibile?

Di sicuro non l’avrebbe scoperto Nyam.

Al centro della tavola c’era un vassoio d’argento con il coperchio a cupola, e all’improvviso venne colto dalla curiosità di vedere cosa c’era sotto.

Nyam si allungò e sollevò il coperchio.

E da un pezzo di arrosto marcio eruttò una massa vorticosa di creature, nera lucida e frenetica: centinaia di ragni che cercavano di sfuggire alla luce. Nessuno era più grande dell’unghia di un pollice, e Nyam sobbalzò dall’orrore quando si riversarono dal bordo del tavolo in una marea contorta.

Il coperchio del vassoio gli sfuggì dalle dita e cadde a terra.

Nel silenzio della casa, il rumore metallico fu assordante.

Trasalì, e portò di scatto la mano all’elsa della spada che aveva sulla schiena. Maledicendo la sua stupidità, Nyam raggiunse rapidamente una finestra coperta da una tenda, cercando le ombre e fondendosi con esse.

L’immobilità era sua alleata e si paralizzò, in attesa di qualche segnale che indicasse che il suo grossolano errore l’aveva fatto scoprire. Si sforzò di sentire qualcosa di strano: una guardia infuriata, o magari perfino il proprietario dell’abitazione.

Se non altro la casa sembrava in qualche modo più silenziosa, come se accanto a lui ci fosse qualcun altro ad attendere e osservare, invisibile.

I suoi occhi passarono in rassegna i muri, dal pavimento al soffitto.

Niente.

I secondi divennero minuti, e alla fine Nyam tirò un sospiro di sollievo. La casa era vuota e abbandonata, la rovina di ciò che un tempo era stato grandioso.

“Morta come una tomba nel deserto,” disse.


Elise si arrampicò dal suo rifugio sotterraneo al piano terra della dimora, muovendosi agile lungo i muri e le colonne scanalate fino al mezzanino, con ciascuno dei suoi vari arti che si muoveva in perfetta sincronia. La sua ticchettante armata di ragnetti era accorsa al suo risveglio, ansiosa di precederla e occuparsi dell’intruso, ma per adesso lei li stava trattenendo.

Sibilarono all’imposizione come figli ribelli, risentiti di vedersi negato il banchetto.

La sua forma aracnide era nera come la notte, segmentata e letale, con l’addome ricoperto da strisce rosso sangue. Le zampe snelle e affilate si muovevano leggere, senza emettere alcun rumore.

Percorse con agile eleganza il pavimento a scacchi del mezzanino, verso la sala da pranzo.

Un suono metallico riecheggiò dall’interno, mentre la sua zampa anteriore stava raggiungendo la porta. Si fermò, e il suo esercito fece lo stesso, zampettando delicatamente.

Il suono le aveva provocato un’ondata di ricordi della sua vita passata…

… dolore, umiliazione, e sanguinaria vendetta.

Un uomo geloso e insignificante aveva quasi posto fine alla sua vita in quella stanza.

Ricordò il terribile veleno del marito scorrerle nelle vene, bruciarle la carne dall’interno e procurarle un’agonia orribile.

Uno scatto di odio, il lampo di una lama…

Occhi compiaciuti ora spalancati dal terrore…

Un fiotto di sangue mentre gli girava il pugnale nel cuore.

Elise allontanò quel ricordo. Perfino ora, dopo secoli, il dolore di quella notte era ancora presente. Anche se aveva bevuto l’antidoto al veleno, dopo il tradimento del marito era rimasta sospesa per settimane tra la vita e la morte. Eppure, per quanto agonizzanti, quelle settimane furono l’inizio della sua rinascita.

Da semplice essere umano era stata bella. Adesso, era magnifica.

Elise fece una pausa, gustando la tensione che aumentava nel ladro: oltre a quella, percepì paure sepolte da tempo e il desiderio di superare tormenti del passato, che riecheggiarono in lei.

Incuriosita, abbassò il suo artiglio quando sentì il ladro avvicinarsi.

Elise si allontanò dalla sala da pranzo e attraversò rapidamente il mezzanino fino a una serie di alte porte nere.


Nyam aprì la porta della sala da pranzo, facendo una smorfia quando cigolò.

Ma se nessuno era accorso quando aveva fatto cadere il coperchio di metallo, non sarebbe di certo venuto per questo.

La porta dava su un atrio ottagonale, dal soffitto molto alto e ricoperto da una cupola di vetro colorato. Il pavimento del mezzanino percorreva i margini dell’atrio, anche se il legno era crollato in diversi punti, e più in basso la scalinata curva che conduceva al vestibolo era in rovina. Frammenti di vetro colorato giacevano sparsi per l’atrio, e Nyam alzò lo sguardo verso l’oscurità notando che le parti rotte della cupola erano state sigillate con una sorta di resina pallida, o un materiale gommoso.

Spesse ragnatele attraversavano la parte alta dell’atrio, e Nyam vide come dei bozzoli umidi saldamente assicurati che si contorcevano in modo grottesco dall’interno.

Sacche di uova? Uccelli catturati? Nidi?

Qualunque cosa fossero non lo riguardava. Presto sarebbe stato fuori con la refurtiva e diretto verso una borsa piena di soldi, un bagno caldo e un pasto abbondante.

Direttamente dall’altro lato della sala da pranzo c’erano due imponenti porte di legno nero, lucide e brillanti come specchi oscuri.

“Ecco la biblioteca,” sussurrò. “Proprio come diceva la lettera.”

Nyam scivolò attraverso il mezzanino, saggiando attentamente la robustezza del pavimento a ogni passo prima di poggiare il peso. Il legno cigolò e stridette, ma resse.

Raggiunse le porte e provò una maniglia, facendo una smorfia di disgusto quando si ritrovò la mano appiccicosa per una qualche sostanza giallastra.

“Per mille dune,” sibilò, pulendosi il palmo sui pantaloni.

La porta si aprì con uno scatto, e Nyam dimenticò il suo disgusto quando sentì un suono delicato, come quello della sabbia che cade sulle pietre. Non riuscì a capire cosa fosse. Animali nei muri, forse?

A Noxus i ratti erano abbastanza diffusi. Con tutta quella gente che vive gomito a gomito, infestavano ogni edificio. Ma qui non c’entravano i ratti.

Spalancando la porta, Nyam entrò nella biblioteca.

Un tempo doveva essere stato un luogo pieno di meraviglie.

Le librerie erano alte, realizzate con amore e attenzione con un legno chiaro percorso da venature sottili. Tutte le librerie erano state svuotate con violenza: tomi rilegati in pelle, pergamene e fasci di fogli gettati a terra in disordine, libri che probabilmente valevano una piccola fortuna giacevano in mezzo a pergamene antiche che erano state strappate come carta straccia. Artefatti dalle forme strane e inusuali erano stati distrutti, e statue di onice e giada erano ridotte in pezzi. Un candelabro oscillante era appeso a una corda sottile al centro della stanza.

E lì, all’estremità opposta della sala, c’era un armadietto di legno scuro e freddo metallo, dal quale pulsava una luce fioca.

“Ci siamo,” disse Nyam, facendosi strada tra i libri sparsi verso l’armadietto.

Si chiese per quale motivo qualcuno avrebbe mai voluto distruggere un tale tesoro di arte e conoscenza. Un caos del genere doveva essere stato senz’altro provocato da qualcuno in preda a una furia cieca. A giudicare dalla polvere accumulata sulle copertine a sbalzo e i dorsi dorati, quella furia si era esaurita da tempo.

Si piegò per sollevare un libro da terra, con le pagine rovinate dagli anni. Alcune parti della sua spessa copertina in pelle avevano gli stessi pallidi residui sulla maniglia della porta. Lo aprì e vide la rigida, spigolosa grafia dell’antica lingua di Noxus, usata solo dai nobili patrizi. Nyam non sapeva leggerla, e quella luce fioca gli faceva male agli occhi.

Dopo aver rimesso il libro a terra Nyam andò avanti, e sentì nuovamente il suono delicato della sabbia sulle pietre. Si fermò nel tentativo di individuarne la fonte, ma il rumore era tutto intorno a lui.

Che cos’è?

Alla fine raggiunse l’armadietto, con il suo legno nero dallo strano bagliore e una patina di umidità che sembrava grondare dall’interno, come se da dentro stesse uscendo qualcosa di acquoso. Facendo attenzione a non toccare il liquido, si chinò ad annusarlo.

Sale e legno marcio, vecchie alghe, e… sangue rappreso?

“Acqua di mare stantia,” disse perplesso.

Si inginocchiò per esaminare l’armadietto da cima a fondo alla ricerca di strani meccanismi, percorrendo il legno umido con la mano nuda per trovare trappole, interruttori o chiavistelli. Perse completamente la percezione dell’ambiente circostante, concentrando tutta l’attenzione sull’armadietto e su eventuali sorprese letali tenute in serbo. Gli sportelli sembravano chiusi da una serratura banalissima.

“Di certo qualcosa di tanto prezioso dovrebbe essere protetto meglio,” sussurrò incredulo. “Sembra quasi che qualcuno voglia che venga rubato.”

Nyam passò i polpastrelli sulle maniglie, poi tirò fuori uno specchio dal borsello e lo usò per osservare i meccanismi della serratura. Niente aghi a molla, niente gas letali, né maledizioni incise o rune magiche.

Convinto che la serratura non nascondesse nulla, sfilò uno degli aghi d’avorio più lunghi da una piega della pelle del suo cuoio capelluto. Lo spinse nella serratura ed estrasse delicatamente i perni di ferro dai loro alloggiamenti.

Dopo aver sfilato l’ultimo, Nyam si rimise l’ago in testa e si sgranchì le dita.

Il suo stomaco brontolò.

All’improvviso si ritrovò famelico, pronto a sbranare carne e a tracannare litri di birra. L’appetito della sala da pranzo si ripresentò decuplicato, e per un istante pensò di tornare indietro e mangiare uno dei pezzi di carne che aveva visto sulla tavola.

Cercò di non pensarci, ripensando allo shock provato in quella stanza.

Nyam aprì l’armadietto, e il suo stomaco si strinse nuovamente con spasmi di fame.

All’interno c’era una clessidra di cristallo inserita in una delicata struttura di ottone. Era alta due spanne, e al suo interno si muovevano a spirale nuvole di luce blu, avanti e indietro, da sopra a sotto. Gocce di acqua rossa sembravano trasudare dal vetro fumoso, formando una lucida pozza cremisi che era la fonte del liquido che filtrava dall’armadietto.

Nyam esitò nel rimuovere l’oggetto, sapendo che era avvolto da un’oscura magia.

Si rimise i guanti e sollevò delicatamente la clessidra. Era calda, come un pezzo di carne arrostita appena tirata fuori dal forno, e chiuse gli occhi mentre la sua mente si riempiva di orrori sanguinari…

La mannaia di un macellaio che taglia i pezzi da gettare in pentola…

Cadaveri macellati appesi a ganci per essere dissanguati…

Fauci dentate, che nutrivano una fame insaziabile…

Anime strappate ai vivi e ai morti…

HO FAME, ANCHE NELLA MORTE!

Nyam ripose la clessidra, sopraffatto dalle visioni orrorifiche e disgustato dalla sua bramosia.

“Non so cosa sei, ma non vedo l’ora di andarmene da qui e di liberarmi di te.”

Sganciò le fibbie che assicuravano il suo mantello e le rimosse, prima di avvolgervi velocemente la clessidra.

Nyam chiuse l’armadietto e si girò per andarsene.

E spalancò la bocca per la sorpresa.

Tutta la superficie della biblioteca era ricoperta da ragnatele lucenti, tese dal pavimento al soffitto. Le finestre semichiuse erano state oscurate e sigillate, e i libri e le pergamene sparse erano sommerse da dune di seta bianca.

Il fruscio della sabbia sulla pietra aumentò, e Nyam estrasse la sua lama nera quando vide il soffitto ricoperto di migliaia di ragni neri e cremisi.

Altri avanzarono verso di lui in una marea scura, sbucando dalle fessure dei muri e del pavimento, accalcandosi uno sull’altro per raggiungerlo.

“Rammus proteggimi,” sussurrò Nyam. “Proteggi questo figlio di Shurima…”

Un movimento più ampio attirò il suo sguardo verso il candelabro.

Dal suo punto centrale si dispiegò un enorme corpo segmentato, e apparve un mostruoso ragno con un addome nero e pulsante, attraversato da strisce cremisi. I suoi occhi si fissarono su Nyam mentre si calava dal soffitto.

Durante la discesa lungo la sua corda di seta la sua sagoma sembrò ripiegarsi su se stessa, assumendo una nuova forma come una larva che emerge dalla sua crisalide. Gli arti posteriori del mostro scivolarono lungo la schiena mentre quelli anteriori si curvarono, allungandosi e trasformandosi in lunghe gambe umane.

Il suo corpo si distese, assumendo le curve di una donna voluttuosa vestita di rosso e nero, di seta e damasco. La sua pelle si schiarì, passando dal colore della notte al viola di un tramonto nefasto, e la striscia cremisi sull’addome del mostro si trasformò in una criniera rosso sangue pettinata all’indietro.

Ma erano gli occhi, due pozze di luce rubino incorniciati da una corona chitinosa, che paralizzarono Nyam.

Il suo piede affusolato toccò terra, e gli si avvicinò come una danzatrice che atterra dopo aver compiuto le sue eleganti evoluzioni aeree con il nastro.

“Quella non ti appartiene,” disse.

Nyam provò a parlare ma la lingua gli si era seccata, e strinse le dita sull’elsa della spada. La donna aveva una bellezza ultraterrena e inebriante, repellente e incredibilmente desiderabile allo stesso tempo.

Lui bramava l’abbraccio dei suoi arti snelli, anche se sapeva che toccare il suo corpo terribile avrebbe significato morte certa. Fece un passo verso di lei, tentando di placare il terrore che aumentava nel suo cuore mentre batteva all’impazzata.

Lei sorrise, mostrando denti sottili come aghi e intrisi di veleno.

Come sarebbe averli piantati nel braccio, sentire il suo veleno scorrermi nelle vene?

Nyam scosse la testa, interrompendo il contatto visivo, si accorse che non stava respirando e riempì i polmoni di aria, mentre le lusinghe e le seduzioni scomparivano.

“Credo non appartenga neanche a te,” disse, riuscendo finalmente a parlare.

“È vero, ma recuperarla mi è costato molto quindi la questione è opinabile.”

“L’uomo che mi paga è potente,” la avvertì Nyam.

“E la persona a cui quell’oggetto è stato promesso non è da meno,” disse la donna.

Nyam iniziò a muoversi intorno a lei, puntando verso le porte nere. Lei si avvicinò, mentre i ragni si sparpagliavano davanti a lei. Gli arti uncinati sulla sua schiena di piegarono mentre ruotava le spalle.

“Credi davvero di uscire vivo da qui?” chiese.

“Pensi di riuscire a fermarmi?” disse lui, brandendo la spada appartenuta un tempo a un dio ormai defunto. “Ho ucciso molti di quelli che si sono frapposti tra me e la fuga.”

“Non ne dubito. Ma il numero delle persone a cui hai dato la morte è insignificante se paragonato al mio. Io sono lady Elise, e tu sei solo l’ultima mosca finita nella mia tela.”

Nyam scattò, lanciandosi verso le porte della biblioteca.

Sentiva i corpi dei ragni esplodere sotto gli stivali, il rumore dei loro carapaci che si rompevano e l’acre miasma del loro icore. Aveva sperato di guadagnare un vantaggio con quello scatto improvviso, ma ora capì quanto aveva tremendamente sottovalutato quella donna.

Lei fece un salto mortale verso le porte, rimbalzando dal muro lungo un elegante arco. Un fiotto di seta saettò verso la clessidra, avvolta dal mantello, tra le mani di Nyam.

Lui lo schivò, ma la ragnatela appiccicosa si attaccò al bordo del suo mantello e tirò

Nyam lanciò un grido furioso mentre la clessidra veniva strappata alla sua presa. Volò in aria urtando forte contro il legno dell’armadietto, e la cornice di ottone si staccò per l’impatto. L’artefatto atterrò sulle morbide ragnatele che ricoprivano il pavimento, e rotolò su un lato.

“Pazzo!” disse Elise, mentre del fumo blu scuro cominciò a sollevarsi da una grossa crepa nella clessidra. “Cos’hai fatto?”

Il fumo aumentò: più fitto, più scuro, odorava di paura e sangue antico. Mulinò con un lampo rosso, una tempesta di fame e luce fredda.

Iniziò a delinearsi una sagoma tremenda, ampia e rigonfia, una figura ricoperta dalle spesse piastre di un’armatura arrugginita e malmessa. Si formò un teschio cornuto, con fauci dotate di zanne che si spalancarono affamate, cigolando.

“Che cos’è?” chiese Nyam, completamente in preda a un terrore che gli era penetrato nelle ossa bloccandolo sul posto.

“Un mietianime,” rispose Elise. “Una creatura dall’appetito insaziabile che banchetterà con il tuo spirito per l’eternità. Un essere delle Isole Ombra…”

Nyam si fece il segno del sole sul cuore mentre un gruppo di forme più piccole apparvero intorno alla creatura: spiriti abietti e semidigeriti con braccia mancanti, mandibole dislocate, petti squarciati e crani aperti. Catene di luce rosso sangue li legavano alla gigantesca entità che si nutriva di loro anche in quelle condizioni.

Nyam poteva sentire il loro dolore, l’orrore che provavano a essere lentamente divorati. Ma, cosa ancora più terribile, avvertì il loro tremendo bisogno di salvarsi da quella tortura.

Carne mortale per un banchetto,” disse il mietianime, con la voce che suonava come una sega sdentata su un osso.


“Ladro!” gridò Elise, sperando di spezzare l’incantesimo di terrore che l’aveva colto. “Ladro!”

Non rispose, paralizzato alla vista di quello spettro innaturale, una cosa così ostile alla vita che la sua mente mortale non riusciva ad accettarne l’esistenza.

Lei avvertì la brutale crudezza della fame dello spirito, un imperativo vorace, maniacale, diverso dalla raffinatezza dei propri appetiti.

La disgustava.

Elise afferrò la spalla del ladro, e questi alzò la testa.

“Prendi la spada e combatti, o moriremo entrambi,” gli disse, mentre il mietianime faceva un pesante passo in avanti, con un ghigno grottesco sul suo volto da macellaio. “Ora!

Lo disse con un tono che non ammetteva obiezioni, e il ladro sollevò tremante la spada.

Il mietianime alzò un braccio possente, e gli abomini incatenati si gettarono contro di loro.

Le zampe sulla schiena di Elise scattarono come falci affilate, e il ladro menò un fendente con la spada. Gli spiriti indietreggiarono, urlando di dolore quando le armi li trafissero.

Elise non sprecò il vantaggio momentaneo.

“Corri!” gridò, girandosi e scattando verso la porta. Il ladro la seguì immediatamente, ma gli spiriti prigionieri del mietianime erano molto più svelti di quanto Elise si aspettasse.

I loro artigli bramavano carne viva, e il ladro urlò quando uno spirito gli aprì un taglio sulla spalla e sul fianco. Una luce fredda e blu iniziò a penetrarlo, e incespicò mentre altri spiriti si facevano avanti, gettandosi su di loro mentre combattevano fianco a fianco nel tentativo di raggiungere le porte della biblioteca. Elise digrignava i denti per combattere il gelido intorpidimento che si propagava da ogni ferita, e scorreva dentro di lei come un veleno soporifero.

“In piedi!” urlò Elise trascinandolo. “Avanti!”

Ruzzolarono oltre le porte, e lei lo gettò sul pavimento prima di girarsi nuovamente verso la biblioteca. Migliaia di altri ragni si stavano riversando sul mezzanino dai piani sottostanti, scendendo dai muri e passando attraverso le assi sconnesse del pavimento.

Elise chiuse violentemente le porte della biblioteca: “Sigillate tutto, piccolini.”

I ragnetti inondarono il muro, tessendo furiosamente ragnatele al loro passaggio. Fasce di seta appiccicosa otturarono le fessure spesse come un capello tra le porte, riempirono le serrature e le sigillarono ermeticamente. Attorno agli stipiti cominciò ad accumularsi una luce blu pulsante.

Per ora le ragnatele reggevano ma già cominciavano a sfilacciarsi, e la sostanza resinosa colava come cera sciolta. Dalle aperture uscivano deboli fumi di una nebbia eterea, insieme a mani spettrali e parti di volti urlanti. La ragnatela di Elise avrebbe formato una barriera molto più forte, ma tesserla avrebbe significato impiegare tempo ed energie che non possedeva.

Si piegò, e una manciata di ragnetti si arrampicarono sui suoi palmi stesi. Se li portò al viso, chiese loro qualcosa e quelli le balzarono dalle mani, scomparendo tra le crepe nei muri.

“Ti ringrazio,” disse il ladro, senza fiato per il terrore. “Mi hai salvato…”

“Non l’ho fatto per te,” rispose Elise rimettendosi in piedi.

“Perché, allora?”

“Perché se un mietianime si nutre, diventa più forte,” disse avanzando a grandi passi verso la sala da pranzo. “Ora in piedi. La ragnatela non resisterà ancora a lungo.”


Elise aprì la porta della sala da pranzo, superando agilmente il lungo tavolo dove il marito l’aveva tradita. Non metteva piede in quella stanza da allora.

Ormai il ladro zoppicava vistosamente mentre una luce pallida e mortale si diffondeva nel suo corpo da dove gli artigli dello spirito l’avevano colpito. Non lo sapeva, ma era già morto.

La verità era che aveva firmato la sua condanna nel momento in cui aveva deciso di derubarla.

“Mi manca il sole,” disse, mentre gli occhi già gli si appannavano. “La sabbia…”

“Non la rivedrai mai più,” disse Elise. “A meno che non sia quello che ti aspetta oltre.”

“Oltre?”

“Dopo la morte,” disse Elise.

“No, sono solo stanco. Ferito…” proseguì con voce fioca. “E ho freddo… me la sono cavata dopo aver subito ferite peggiori.”

Elise scosse la testa, e una delle zampe sulla sua schiena gli trafissero il collo.

Un fiotto di veleno penetrò nel corpo del ladro, facendolo sussultare. Poi indietreggiò e sollevò la spada. L’arma vacillò nella debole stretta, ed Elise percepì il calore della magia tra le pieghe del suo antico metallo.

“Cosa mi hai fatto?” chiese

“Ti ho dato del veleno che ti consentirà di vivere ancora un altro po’.”

“Di che stai parlando?”

“Il tocco delle Isole Ombra vuol dire morte,” disse Elise. “Ogni secondo trascorso in quel luogo maledetto prosciuga l’anima, come sangue che fuoriesce da una ferita che non può guarire. Ora quel tocco è dentro di te, e ti risucchia la vita a ogni respiro.”

Si appoggiò al tavolo, ed Elise vide che linee nere si estendevano sul suo volto.

“No,” disse. “Gli spiriti hanno toccato anche te.”

“Il mio corpo è magico,” disse, “creato dal veleno di un antico dio.”

“Sei immortale?”

Nonostante tutto, Elise si abbandonò a una risata amara.

“No, ma ci vuole ben altro che un mietianime per uccidermi,” disse prima di bisbigliare, “Spero…”


Nyam seguì Elise nella sala dalla quale era entrato per la prima volta nella dimora serrata. Ogni passo era di piombo, ogni respiro un’agonia. Riusciva solo a mettere un piede davanti all’altro.

Che freddo…

Urtò una sedia coperta da un lenzuolo, e il suo sguardo annebbiato si rischiarò abbastanza a lungo da permettergli di vedere la corda penzolante con la quale si era calato dal tetto.

Mi resta abbastanza forza per arrampicarmi?

Elise si fermò sotto il buco nel soffitto, avvolta dalla luce della luna e di nuovo bella. La pelle le brillava come se fosse illuminata dall’interno, vivida e splendente, e gli occhi mostravano risolutezza.

“Com’è… bella,” disse, con una voce che sembrava provenire da molto lontano. Si girò per guardarlo, e il cuore di lui aumentò i battiti.

“Come ti chiami?” chiese.

“Nyam,” rispose, con la mente che ripercorreva la sua esistenza. “Nyam senza faccia…”

Elise inclinò la testa da un lato. “Senza faccia? Perché ti chiamano così’?”

Si sollevò il labbro per mostrarle la gengiva aperta in due e la cicatrice mal suturata. Annuì, e allungò una mano per passargli i polpastrelli levigati sulla guancia e sul mento.

“Abbiamo tutti le nostre cicatrici, Nyam,” disse, e lui avvertì uno strano e corroborante calore attraversare il suo corpo. “Ora prepara la tua bella spada. Ti servirà.”

Si girò in tempo per vedere le porte spalancate dall’esercito spettrale del mietianime. Caricarono come una massa ululante di incubi, urlando di frenesia.

Il cuore di Nyam si rianimò come un fuoco alimentato da nuovo combustibile, e ruggì colpendo con la sua spada. La lama penetrò profondamente nell’interno fumoso dei corpi, e le loro urla furono di dolore e di dolce liberazione. Lui aveva dimenticato il proprio dolore, grazie al tocco venefico di Elise che aveva sciolto il ghiaccio nelle sue vene. Era tornato a essere un guerriero del sole, pronto a combattere e a morire da eroe.

Anche mentre lottava ammirava Elise balzare sugli spiriti con agilità e velocità incredibili. La vista gli si fece annebbiata, senza colore, ma la forma di lei sembrava cambiare tra un battito di ciglia e l’altro, alternandosi tra una sinuosa bellezza umana e la letale eleganza di un ragno mortale.

Nyam lottò senza risparmiarsi, sperando che lei potesse vedere quanto era valoroso, e trarne piacere.

Ma il fuoco nel suo sangue non era eterno, e con ogni colpo e tocco letale lui rallentava. Nyam provò a lanciare un grido di sfida, ma la gola sembrava essersi congelata. La spada gli pesava in mano, ma non l’avrebbe lasciata.

Cadde in ginocchio, sentendo più freddo che mai.

Gli spettri lo circondavano, ma non stavano cercando di ucciderlo. Avvertì mani gelide che lo portavano via. Li vide circondare Elise, bloccarla con le loro innumerevoli mani spettrali. Sibilava, sputava, ma inutilmente.

Nyam cercò di attingere dentro di sé al fuoco che lei gli aveva donato, ma era ormai spento.

“Elise…” sussurrò.


Il corpo di Elise era attraversato da veleno rovente mentre gli spettri trascinavano lei e il ladro al cospetto del mietianime. Il suo fuoco teneva a bada il tocco mortale degli spiriti, ma non avrebbe potuto resistere a lungo.

Ora nuovamente nella biblioteca, Nyam senza faccia era in ginocchio davanti agli spiriti, a malapena vivo, l’anima quasi completamente prosciugata. Ciononostante stringeva la sua spada nera come se in qualche modo fosse stato in grado di sferrare un ultimo colpo.

L’enorme spettro svettava su Elise, con i tratti bestiali deformati dalla fame mostruosa. Sapeva che era speciale, che non era una semplice mortale, e si stava gustando il momento prima di prosciugarla della vita.

Che follia…

Anime fresche,” disse il mietianime. “Grande banchetto!

“Peccato non potrai godertelo,” disse Elise.

Il mietianime rise emettendo un suono gorgogliante. “Sei insignificante al mio confronto.

Elise agitò un dito con fare di rimprovero. “Conosci il detto secondo il quale chi ha la testa tra le nuvole non vede mai lo scorpione ai suoi piedi? No? Be’, io ho sempre pensato sarebbe più efficace sostituire lo scorpione con un ragno…”

La guardò confuso, poi si allungò per portarla alle sue tremende fauci.

La mano artigliata si bloccò prima di toccarla.

Il mietianime si girò e vide che la clessidra rotta era stata sollevata dal pavimento con un filo di seta, tirato verso l’alto da una miriade di ragnetti. Una luce pallida ancora usciva dalle molte crepe del vetro ma, a ogni secondo che passava, si faceva più tenue mentre centinaia di ragnetti le avvolgevano con la loro tela come tessitori a un telaio.

“Grazie, piccolini,” disse Elise, avvertendo che il mietianime si stava indebolendo e che la paura improvvisa aveva allontanato l’idea del banchetto dai suoi pensieri.

“Ora, Nyam!” urlò. “Colpisci!”

Il ladro alzò la testa, e con le sue ultime forze piantò la spada nel ventre del mietianime.

La creatura lanciò un ululato assordante, che fece tremare i muri. I pochi vetri rimasti alle finestre esplosero, cadendo a pioggia sul pavimento.

Non tornerò indietro!” ringhiò.

“Shhh, presto sarà finita,” disse Elise.

Il mietianime cercò di ghermirla con i suoi artigli spettrali, ma le porte della sua prigione si stavano già chiudendo. La sua sagoma si allungò, contorcendosi in aria mente veniva ricacciata nella clessidra insieme al suo esercito di schiavi. Raggi di luce fredda avvolsero lo spettro mentre gli altri spiriti urlavano di terrore, sapendo che avrebbero subito tutte le conseguenze della sua rabbia. Libri e pergamene iniziarono a mulinare nell’aria mentre il mietianime tentava, inutilmente, di opporsi all’inevitabile.

Quando l’ultima crepa della clessidra venne sigillata dalle ragnatele, la sbarra finale della sua prigione tornò al suo posto.

Il ruggito della creatura si interruppe bruscamente, e un vuoto silenzio riempì la biblioteca. Elise tirò un sospiro di sollievo.

Nyam fece cadere a terra la spada e si accasciò. Il petto gli sussultava, e aveva gli occhi spalancati per la meraviglia di essere sopravvissuto.

Elise calpestò i libri caduti e raggiunse il punto in cui la clessidra era ancora appesa alla ragnatela, avvertendo la terribile fame al suo interno, l’orrore degli spiriti intrappolati, e il feroce potere che spingeva contro il vetro. La pressione sulle ragnatele era immensa, e l’opera dei suoi ragnetti non avrebbe resistito ancora a lungo.

“Mi servirà un contenitore più forte di questo,” disse Elise.


Le grotte sotto le torri erano fredde, piene di belle ragnatele, con le pareti lucide per l’umidità. A Elise non piaceva scendere tanto sottoterra, ma l’oscurità era il tratto caratteristico della Pallida Signora che era qui per incontrare e quindi doveva sopportarlo.

Come sempre il loro era un appuntamento segreto, e comunicavano tramite sigilli e segni mistici che guidavano Elise in quel labirinto.

Vista la natura dei suoi affari, non c’era da stupirsi delle precauzioni della donna.

Il gran generale di Noxus era un uomo lunatico e vendicativo, i cui piani e complotti erano impenetrabili. Molto meglio mantenere la segretezza, e agire come se avesse occhi e orecchie ovunque.

“Ce l’hai?” disse una voce dalle ombre.

Nessuno dei molti sensi da predatore di Elise aveva volto nessun segno dell’arrivo della donna, ma cercò di non mostrarsi sorpresa.

“Sì,” rispose sollevando una sacca di seta.

Pallide mani emersero dall’oscurità per prenderla, con la pelle quasi trasparente attraversata da vene blu sottili come capelli che scorrevano simili a vermi subito sotto l’epidermide.

“Il solito pagamento verrà consegnato alla tua dimora,” disse la donna con voce antica e raffinata, dall’accento di un’altra epoca. “Saranno giovani e galanti, sciocchi e devoti, come piacciono a te.”

Elise avvertì la sensazione, ormai familiare, che univa attesa famelica e disprezzo di sé, ma la respinse; non le piaceva indulgere nell’introspezione.

“Eccellente,” disse. “Mi farebbe bene un’altra dose di giovinezza.”

“Sei splendida come sempre,” disse la donna, mettendo una mano nella sacca di seta e tirando fuori la prigione lucente del mietianime.

Un teschio sbiancato di fresco, ben sigillato dalle ragnatele rinforzate prodotte direttamente da Elise.

Era perfetto in ogni dettaglio, a eccezione della fenditura sulla mascella.

Storia scritta da Graham Mcnell!

L’armeria aveva un aspetto sudicio, proprio come piaceva a Samira. Sulla porta era appeso un cartello sbilenco: Da Lani & Miel – Munizioni. Samira aveva scoperto l’esistenza di questo introvabile negozietto grazie alla capitana, che aveva avuto una dritta da uno dei suoi vecchi contatti da sabotatrice. Quello, e il fatto che gli apprendisti qui arrotondavano come tatuatori, era abbastanza per incuriosire Samira. Entrò, seguita da Indari.

Non c’era bisogno che il capitano la accompagnasse, ma Samira non sarebbe comunque riuscita a farle cambiare idea.

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All’interno, Samira sentì l’odore del ferro fuso e vide strumenti che erano rari da trovare nelle armerie noxiane. Una donna vispa con due piercing al labbro saldava ottone zaunita mentre la sua compagna, una donna che aveva la costituzione di un bue, puliva una hexcarabina. Apprendisti tatuati le aiutavano il più possibile.

“Quante monete vuoi sprecare oggi?” chiese Indari, spostando i bordi delle ruote della sua sedia a rotelle di legno. Nella voce aveva la forza di decenni di impegno al servizio dell’impero. Anni prima, il suo biasimo l’avrebbe ferita.

Ma ora si divertiva a irritare il capitano.

“Non quante vorrei, neanche lontanamente.” Samira vide due pistole in una vetrina. Una era color carbone. L’altra era un revolver, lucente e argentato. Entrambe erano dotate di innovazioni zaunite non ancora testate.

“Sono funzionali tanto quanto sono belle?” chiese Samira.

“Sono le migliori che abbiamo!”, urlò la saldatrice. “Io e Miel le abbiamo create con materiali importati da casa. La mia casa, intendo. Ti costeranno una fortuna.”

Samira gettò un sacco di monete su un bancone. Dietro di lei, Indari incrociò le braccia. “È tutta la paga della tua ultima missione!”

Samira sorrise. “Una donna ha bisogno degli strumenti giusti per lavorare. E poi, le mie ultime armi da fuoco… non erano un granché.”

Indari scosse la testa. “Sam. Questo è troppo anche per te.”

Samira sfoggiò un grande sorriso. “Come mi hai insegnato tu.”


Il viaggio nelle giungle meridionali durò settimane e, con grande disappunto di Samira, nessuno aveva provato a ucciderla. Vicino a un grande edificio di pietra, controllò nuovamente il punto che il capitano aveva indicato nel suo diario: una struttura vicina a Qualthala che si diceva ospitasse un’arma in grado di minacciare l’impero. Gli ordini erano di recuperare l’arma senza lasciare vivo nessuno.

L’edificio, privo di segni distintivi, incombeva su di lei, con le sue porte di legno ridotte in pezzi.

“Huh,” pensò Samira.

Fece un passo avanti, poi si fermò. Sollevando lo stivale sinistro, spostò un pezzo di ferro deformato incastrato nel cardine metallico. Strano, pensò, osservandone la forma innaturale. Poi giunsero dei passi affrettati.

Due guardie armate di lancia la affrontarono.

“Un altro intruso!” gridò una. “Non deve scappare!”

Il benvenuto che preferisco.

Samira estrasse le pistole. Scartando a destra scaricò una pioggia di proiettili abbattendo le guardie prima che arrivassero a portata di lancia.

Samira aggrottò la fronte. “Nulla di difficile, eh?” Avanzò di corsa e rumorosamente tra i detriti metallici dei corridoi della struttura, pensando fosse il modo migliore per attirare l’attenzione di tutti. I fabbri della guerra, allarmati, corsero verso di lei.

Secondo round. Divertiamoci.

Con la coda dell’occhio vide un tavolo appoggiato contro un muro. Samira scattò in avanti e ci saltò sopra. Con un altro balzo ruotò su se stessa, abbattendo gli inseguitori con una raffica di colpi prima di toccare terra.

Senza fermarsi, superò con un salto un balcone in rovina atterrando in un cortile aperto. Vicino c’era un altro edificio, con le porte distrutte.

Qualcuno dev’essere arrivato all’arma prima di me, pensò sorridendo. Non succedeva da anni.

Le pulsazioni di Samira aumentarono. Sentendo un flebile rumore si girò di scatto, con le pistole puntate.

Due enormi figure stavano caricando nel cortile. Samira sorrise.

Basilischi. Che fortuna.

Su ognuno c’era un soldato in armatura che brandiva un’ascia. A Samira si rizzarono i peli sulle braccia dall’emozione.

Guarda un po’… Tiro al bersaglio!

“Anche lei è qui per quel ragazzino?” chiese uno dei soldati.

“Non importa, tanto non c’è più. E questa sembra diversa dall’intruso di prima,” disse il secondo soldato rivolgendosi a Samira. “Cosa sei tu?”

Samira sollevò un sopracciglio. “Io sono l’ultima cosa che vedrete.”

“Ah! Che bocca lar…”

Un proiettile gli si piantò in testa.

“Che peccato” disse Samira, controllando il revolver. Ho sprecato l’ultimo colpo con lui.”

Il soldato cadde morto a terra. Il suo basilisco ruggì, caricando Samira a testa bassa facendo schioccare le sue fauci.

“Fatti sotto, mostro.”

Samira si abbassò. Sentì il cuore aumentare i battiti, ma non mosse un muscolo.

Non sarebbe eccitante se…

Il basilisco si avvicinava. Le dita di Samira fremevano.

Al momento giusto.

Portò le braccia alla schiena ed estrasse le pistole all’altezza degli occhi della creatura, confondendola per un istante. Girandosi di spalle balzò in aria, ruotando il corpo in un cerchio perfetto e atterrando sulla sella della creatura. Tirando le redini, strattonò la cavalcatura per affrontare il soldato rimasto.

Il soldato ringhiò. “Rell ti ha mandata a fare pulizia?”

“Mai sentito. Mi manda Noxus,” rispose Samira, godendosi la confusione del nemico. “A volte mi mandano a salvare i forti. Altre,” disse fissando il soldato negli occhi, “a eliminare i deboli.”

Furioso, il soldato spinse in avanti la sua cavalcatura.

Samira allentò la presa e sussurrò “Vai.” Il suo basilisco scattò in avanti, incontro all’altro cavaliere. Le venne addosso con l’ascia alzata, puntando il suo collo.

Tsk, tsk. Un errore classico.

Samira piegò la schiena quando le due cavalcature si incontrarono, schivando il fendente ed estraendo con lo stesso respiro la sua spada. Con un colpo ascendente, gli piantò la lama nello stomaco.

Il soldato urlò. “Non funzionerà su quest’armatura!”

“Tesoro, io non funziono. Io uccido.”

Samira estrasse la canna a scorrimento collegata alla parte senza filo della sua spada, e premette il grilletto. Da dietro la spada schizzò fuori della polvere pirica, che spinse in avanti la lama sfondando l’armatura del soldato. Con un grido di giubilo gli squarciò il torace prima di saltare a terra, con il fumo che avvolgeva la sua spada.

Entrambi i basilischi, ora senza cavaliere, erano immobili. Samira tagliò loro le selle. Mentre le creature fuggivano libere, allontanò i cadaveri con un calcio e recuperò le sue pistole scariche.

Dall’altra parte del corridoio una scalinata cadente scendeva oltre le porte distrutte dell’edificio. Samira le seguì fino ai resti di una cella, e vide sparsi ovunque pezzi di metallo. La porta frontale era distrutta, mentre quella dietro era stata strappata via, lasciano un buco che portava fuori nella giungla.

“Cosa ci tenevano, qui dentro?”

Samira iniziò a esaminare quella devastazione. Tra i frammenti di metallo c’era un piccolo letto, adatto a un bambino. Perplessa, si mise a sedere e tirò fuori dalla tasca una fiaschetta. Allungando gli stivali sui rottami, si appoggiò all’indietro e alzò la fiaschetta al cielo.

“Congratulazioni, arma! Qualunque cosa, o chiunque, tu sia, ora hai la mia attenzione!”


Settimane dopo, Samira tornò all’armeria. Una scettica Indari sedeva lì vicino mentre un robusto apprendista ritoccava i tatuaggi di Samira con aghi di bronzo.

“Niente di nuovo oggi?” chiese.

“Nah. Niente di abbastanza eccitante… Ma sta arrivando qualcosa di pericoloso, quindi lascia un po’ di spazio.”

Indari alzò gli occhi al cielo. “Allora. Com’erano?”

“Splendide. Ci giocherò per un bel po’.”

“Wow,” disse Indari, fingendo ammirazione. “La grande rosa del deserto… che ricicla delle pistole.”

“La vita è piena di sorprese.” Samira gettò una manciata di monete sul bancone prima di uscire. “Attendo altre missioni, capitano,” disse facendo il saluto. “Sai dove trovarmi.”

Indari la seguì con la sedia a rotelle. “Che vuol dire che ‘so dove trovarti’? L’ultima volta stavi saltando giù da una rupe sperduta a Shurima! I miei esploratori sono quasi morti nel tentativo di localizzarti!”

Ma Samira era già andata via.

Indari, demoralizzata, tornò nel negozio. “Prima o poi,” disse tra sé e sé, “dovrà cavarsela da sola.”

Il tatuatore, dismesse le sembianze mantenute grazie a una stregoneria oscura, uscì dall’ombra mostrando una figura femminile, con la luce che le illuminava il volto pallido.

“Capitano Indari. Le darai tutto ciò che vuole. L’impero ha bisogno di Samira.”

Storia scritta da Michael Luo!

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Last modified: Settembre 24, 2020

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